Interviste ad Alberto Conterio

giovedì 16 luglio 2026

Demografia

Anche la Cina deve risolverne il problema

Cina, Cina, sempre Cina. Non si parla d’altro e in ogni campo.

Una vera potenza globale. Statisticamente si oscilla nell’attribuire a questo Paese il primo o il secondo a livello economico, e sicuramente, dopo Russia e Stati Uniti d’America, la Cina segue a livello militare. I suoi record in campo tecnologico, produttivo, anche qualitativo ormai non si contano, quindi può sembrare fuori luogo parlare di declino cinese, ma la realtà dei numeri (sempre della statistica) non lasciano dubbi in proposito: La Repubblica Popolare Cinese, sta superando il picco del suo “dominio economico” globale. Ciò è dovuto all’annosa questione demografica Cinese. Siamo abituati a parlare della Cina credendo nella continua crescita della sua popolazione, ma nulla è più lontano dalla verità. Questa potenza, nell'arco di un decennio, comincerà a rallentare la sua crescita ed il suo sviluppo, e ad interromperla del tutto!

Nella seconda metà del secolo, la grande Cina si sgonfierà, trasformandosi in un enorme buco nero dell'economia mondiale: con una popolazione invecchiata, l'impossibilità di mantenere infrastrutture in eccesso e fatiscenti, tasse estremamente elevate, e una quota enorme di pensionati, la sua domanda interna sarà stagnante.
Questa bomba ad orologeria" sotto al grande impero celeste, è stata innescata da una scelta assai scellerata dallo stesso artefice del miracolo economico degli ultimi decenni: Deng Xiaoping.

Fu lui nel 1979, a introdurre un rigido programma demografico con la politica del "figlio unico".

A distanza di cinquant’anni le conseguenze di quel programma sono a presentare il conto alla nazione.
Dato il vertiginoso sviluppo economico, tecnologico e sociale della sua popolazione, se la Cina non avesse introdotto questa politica di controllo delle nascite, si sarebbe giunti ugualmente a questi problemi, come è avvenuto per ogni Stato e società interessati dagli stessi sviluppi (è successo in Europa, in America, in Giappone anche) ma almeno il processo sarebbe stato naturale e con tempi che avrebbero consentito di poter contrastare il fenomeno (volendo). La Cina insomma, avrebbe avuto una ventina d’anni in più per affrontare la sfida rappresentata da un basso tasso di natalità e dal rapido invecchiamento della popolazione.
Non che sia facile invertire questa tendenza, ne sanno qualche cosa in Russia dove sono vent’anni almeno che ci si prova con scarsi risultati.

La soluzione magica purtroppo non esiste, ma ci sono dei modelli differenti seguiti dai vari Paesi nel mondo per mitigare il problema della scarsa natalità.

In Europa invece di investire sulle famiglie ed i servizi, per creare un terreno facilitato dove poi giocare la partita dell’aumento demografico autoctono, s’è preferito spalancare le porte permettendo immigrazioni bibliche. Un percorso decisamente complesso, negativo anche, dove si riduce drasticamente la qualità del capitale umano (livello di istruzione, competenze, struttura sociale) per generare conflitti sociali interni ad ogni Paese.

Anche volendo prendere questa strada, la portata del problema cinese riguarda un carenza di popolazione di centinaia di milioni di persone. Una tale massa di persone, semplicemente non è disponibile sul breve/medio termine.
In breve, la Repubblica Popolare Cinese sta seguendo, con un ritardo di 30-40 anni, la traiettoria storico-economica del Giappone, seppur con tutte le specificità proprie!

La differenza principale tra la Cina e il Giappone risiede nel fatto che quest'ultimo è uno Stato unitario (un’isola per giunta) abitata da un'etnia titolare unica. La Cina invece, storicamente è stato ed è ancora un impero che comprende 56 diverse etnie, la principale delle quali è quella Han. La sociologia ufficiale dello Stato cinese, afferma che il 90% della popolazione è di etnia Han. Tuttavia la verità è assai più complessa e diversa. Se si mette un cinese Han del sud accanto a uno del nord, pur essendo i rappresentanti regionali della stessa etnia, costoro non riusciranno probabilmente nemmeno a comunicare nella lingua ufficiale (il mandarino), poiché la loro pronuncia sugli stessi ideogrammi differirà enormemente. In altre parole, parleranno due dialetti cinesi “ufficiali” diversi.

Si prevede quindi che con il progressivo impoverimento della centralità dello Stato, all’interno della Repubblica Popolare Cinese, le varie questioni nazionali (oggi circoscritte a particolari zone molto periferiche) cominceranno a inasprirsi, facendo nascere conflitti sociali interni e forze centrifughe indipendentiste. È un dato di fatto, e del resto, storicamente, i cinesi erano assai portati a disordini e a guerre civili, che nel paese duravano decenni.

Sarà quindi interessante vedere nei prossimi anni quali saranno i correttivi che necessariamente dovranno essere presi dalla repubblica Popolare Cinese per tentare di mitigare questo difficile problema, ma sicuramente assisteremo all’arresto della marcia di questo popolo.

Con una previsione simile, anche la questione di Taiwan perde di importanza, e potrebbe essere già troppo tardi una sua riunificazione, visto che presto, potrebbero cominciare a presentarsi i primi sintomi di questa parabola decadente.

In questo contesto, lo scontro militare con gli Stati Uniti d’America (altro impero morente) per il dominio globale, avrà più o meno la possibilità di verificarsi?

Alberto Conterio - 16.07.2026

mercoledì 15 luglio 2026

Ambiente e Intelligenza artificiale

Ambiente e Intelligenza artificiale

Un cortocircuito ideologico

Ci sono argomenti che all’interno della nostra società sono diventati negli anni dei tabù ormai; dei dogmi religiosi. Come esempi, posso citare la moneta unica Euro, l’Unione Europea stessa, il libero mercato, i “valori” democratici dell’occidente, la nostra onnipresente repubblica oppure il multiculturalismo, l’utilità dell’immigrazione, fino ad arrivare alla salvaguardia dell’ambiente, con le sue ramificazioni o sotto argomenti: la riduzione della CO2, il cambiamento climatico, il surriscaldamento globale, la mobilità elettrica, le energie rinnovabili o altre patetiche cazzate simili.

Tutti argomenti su cui, un normale cittadino pensante non può avere opinioni. Al cittadino infatti è richiesto in modo più o meno esplicito di credere… L’esempio più significativo di questo “sistema” l’abbiamo visto all’opera durante il periodo Covid, con le conseguenze che ormai conosciamo o abbiamo cominciato a comprendere dopo anni di violenza, bugie, propaganda. Tutto insomma fuorché la verità!

L’argomento su cui desidero fare una riflessione, è uno di questi. Si tratta dell’intelligenza artificiale. Oggi però non mi interessa parlare dei rischi di disoccupazione dovuti all'automazione, la diffusione di informazioni errate (le cosiddette "allucinazioni"), la dipendenza tecnologica dei Paesi meno avanzati, la violazione della privacy cittadini o i pregiudizi algoritmici nei dati di addestramento. Oggi vorrei poter parlare di rispetto dell’ambiente!

Le multinazionali Microsoft, Google, Amazon e Meta, le Big Tech che da sole rappresentano quasi i tre quarti della costruzione di nuovi data center negli Stati Uniti, hanno rinunciato ai propri impegni climatici pur di conquistare la leadership nel settore dell'IA. Questi giganti tecnologici infatti, nella loro forsennata corsa verso il primato assoluto hanno fatto registrare, una crescita record di emissioni, di consumo di acqua e di energia elettrica.
Secondo i dati dei rispettivi rapporti infatti, Microsoft ha registrato un aumento delle emissioni del 25%, Google del 18%, Amazon del 16%, mentre Meta è diventata il “campione assoluto” con un incremento del 64%! Si, avete capito bene, mentre a voi chiedono se possibile di non respirare, di non far figli, di non mangiare carne, di foderare la vostra abitazione di merda, di non viaggiare in aeroplano e di sostituire la vostra auto euro 6 con un ridicolo tostapane su ruote, costoro, per interesse, hanno buttato alle ortiche un dogma per voi incontestabile!

E non è tutto… Il consumo di energia elettrica di Meta ha superato i 18 TWh, mentre quello di acqua ha oltrepassato i 72 miliardi di litri, un valore quattro volte superiore alla media del settore.

Insomma, ci sono intere zone geografiche americane, a rischio blackout elettrico o a rischio carenza idrica, per permettere a questi carrozzoni di continuare a inquinare e consumare risorse preziose per fare utili: guadagni, profitti!!!

A termine di paragone, Il consumo di energia elettrica per una città di 500.000 abitanti è stimato convenzionalmente in circa 1 TWh all'anno. Avete capito bene? Meta da sola, consuma in un anno, l’equivalente di una citta di 9 milioni di persone. E siamo solo all’inizio di questa rivoluzione, che come abbiamo elencato sopra, prevede diverse altre problematiche di carattere etico, tecniche e politiche!
Queste cifre contrastano poi nettamente con le imponenti campagne promozionali di queste aziende (strategie di marketing mirate a costruire la reputazione e a migliorarne la percezione presso il pubblico) degli anni 2000, quando si promettevano alla gente la neutralità carbonica e il passaggio alle energie rinnovabili, un miglioramento dell’efficienza ecc. ecc.

Le fondazioni di beneficenza dei miliardari, dalle iniziative di Jeff Bezos fino agli investimenti di Mark Zuckerberg nelle tecnologie per la cattura della CO2, sono passate in secondo piano davanti alla sete di profitto, evidenziando come queste “compagnie di ventura” siano solo degli specchietti per le allodole da dare in pasto alla gente comune per narcotizzarla mente questi “filantropi” si arricchiscono a spese della comunità! Se ci pensate, si tratta di un macroscopico cortocircuito ideologico, reso possibile solamente dalla poca propensione della gente a mettere in correlazione tra loro le varie informazioni che ogni giorno ci vengono riversate addosso disordinatamente! Pensateci anche la prossima volta che utilizzerete questi “prodotti” per scrivere una banalissima mail al lavoro o conoscere la migliore ricetta della torta margherita da mettere in forno!

Alberto Conterio - 15.07/2026 

sabato 11 luglio 2026

Un’Europa al tramonto

Declino tecnologico

Un’Europa al tramonto

Ci hanno inoculato per decenni con la bufala che solo uniti i paesi europei avevano la possibilità di “contare” nel contesto globale di questo mondo, ed in molti hanno ceduto a ciò senza mai porsi domande. Guidati dal “sogno europeo” abbiamo perso tutto, sicurezza economica, sovranità, diritti, dignità anche. Ora i nodi vengono al pettine con una evidenza sfacciata. Quando guardiamo alla furia cieca del nuovo bellicismo europeo, stiamo guardando l’altra faccia della medaglia di quel declino; il declino tecnologico. L’Europa è assente in quasi tutti i settori tecnologici strategici del XXI secolo. Non produce semiconduttori avanzati in misura significativa. Non ha creato smartphone capaci di competere su scala globale. Non controlla le grandi piattaforme digitali che organizzano l’economia contemporanea. È marginale nello sviluppo dell’intelligenza artificiale, nelle infrastrutture cloud, nei grandi modelli linguistici, nella produzione di batterie e nelle tecnologie della transizione energetica, una transizione ideologica e voluta dalla stessa Unione Europea!

Mentre Stati Uniti e Cina si contendono la leadership tecnologica mondiale, l’Europa osserva dal degrado della periferia mondiale. Nel settore dei microchip più avanzati il primato appartiene a Taiwan, Corea del Sud e Stati Uniti. Nel mercato degli smartphone dominano aziende asiatiche e americane. Le principali piattaforme digitali globali sono statunitensi o cinesi. Nell’intelligenza artificiale la competizione è ormai un duopolio tra Washington e Pechino, mentre la Cina è diventata il principale depositario di brevetti e il maggiore investitore nelle tecnologie strategiche del futuro.

Anche nei settori che dovrebbero essere il cuore della transizione ecologica, il quadro non cambia. La Cina domina la produzione di pannelli solari, turbine eoliche, batterie al litio e veicoli elettrici. Controlla quote decisive delle catene globali del valore e investe più di Stati Uniti ed Europa messi insieme nelle tecnologie energetiche del futuro ed è leader negli articoli scientifici e nei brevetti, mentre l’Europa pensa di poter contrastare questa concorrenza con dazi e balzelli!

Di fronte a questo fervore tecnologico il futuro che attende l’Europa è fosco: dal 1980 a oggi la quota europea del PIL mondiale si è quasi dimezzata, passando da circa il 30% al 17% e il trend al ribasso è una certezza anche per i prossimi anni.

Un intero continente che perde terreno nelle tecnologie strategiche, che dipende da altri per i microchip, i dati, l’intelligenza artificiale e le infrastrutture digitali, è un continente destinato a diventare irrilevante sul piano economico e geopolitico. Ma la marginalizzazione tecnologica è il sintomo di un declino più profondo.

Prendiamo ad esempio il controllo dei dati: una delle principali fonti di potere economico, politico e militare odierne… I big data alimentano l’intelligenza artificiale, la cyber-sicurezza, le infrastrutture critiche, la pianificazione industriale, la difesa e perfino la capacità degli Stati di comprendere e governare le proprie società. Tuttavia, le grandi piattaforme che raccolgono, elaborano e monetizzano questi dati sono quasi tutte americane o cinesi. E l’Unione Europea? Sta attuando piani in tal senso per tentare almeno di arginare questo declino? Niente affatto, perché la Commissione Europea ha scelto per l’Europa, il ruolo di regolatore. Di fronte a questo declino tecnologie, noi abbiamo conservato l’arroganza di voler insegnare agli altri come regolarne lo sviluppo e la gestione!

Eppure, per oltre vent’anni l’Unione Europea ha avuto l’obiettivo di diventare la più avanzata “società della conoscenza” del mondo. La strategia di Lisbona prometteva di trasformare l’Europa nell’economia più competitiva e dinamica del pianeta attraverso investimenti in ricerca, innovazione e alta formazione. A distanza di soli vent’anni invece dobbiamo constatare che l’obiettivo è stato mancato completamente. E mentre il bilancio europeo è ben lontano dal traguardo del 3% di spesa in ricerca e sviluppo rispetto al PIL vagheggiato agli inizi degli anni 2000, i Paesi al suo interno stanno facendo i salti mortali per arrivare ad una spesa del 5% del loro PIL sulle spese militari!!!

La Cina nel frattempo, viaggia in campo tecnologico con incrementi annuali di investimenti del 7%!!!

L’Unione Europea eccelle soltanto nella produzione di enormi quantità documenti strategici, programmi quadro, agenzie, direttive e regolamenti.

Non siamo riusciti a create nulla di tecnologicamente apprezzabile, ma in cambio abbiamo ideato e costruito l’apparato burocratico e normativo più sofisticato del mondo.

La questione, dunque, non è economica ma politica!

Come è stato possibile che un continente dotato di alcune delle migliori università del mondo, di una straordinaria tradizione scientifica e di ingenti risorse pubbliche sia rimasto ai margini delle principali rivoluzioni tecnologiche? Solo per una criminale scelta politica!!!

Occorrerebbe quindi interrogarsi su queste scelte, sugli assetti istituzionali e sulla visione economica che hanno guidato l’Europa negli ultimi quarant’anni. E stata una scelta democratica e consapevole delle popolazioni europee o una scelta autoritaria delle élite al potere?

Comprendere le ragioni di questo declino oggi, potrebbe risultare di nessuna utilità a livello comunitario (soltanto un esercizio di analisi storica) ma sarebbe estremamente necessario per avviare un percorso nazionale alternativo: un progetto, un sogno di ritrovata libertà da una Unione Europea auspicabilmente collocata tra i peggiori ricordi della nostra storia!

Alberto Conterio - 11.07.2026